venerdì 26 maggio 2017

Quando vincono i libri, ovvero il #SalTo30


Per tutti quelli che ma tanto il Salone di Torino è morto, a Milano facciamo meglio, la nostra fiera gliela piazziamo giusto giusto qualche settimana prima, cambiamo aria.

E invece... no.

Un po' di spavento ce lo siamo presi tutti, non neghiamolo.
Anche solo la vaga idea che il Salone Internazionale del Libro potesse scappare dal Lingotto, rapito, portato via - ma poi portato dove? - o peggio, sostituito, trasferito, boicottato - una cospirazione degli Sforza forse? - ci duoleva il cuore, un po' per orgoglio Savoia, lo si ammette, ma soprattutto perchè insomma la tradizione è tradizione ed il SalTo è Torino.
Il lettore almeno una volta nella vita giunge in via Nizza e, come un pellegrino a La Mecca, cerca la Ka'ba.
Qua si ride, ma su certe cose non si scherza proprio, ragazzi.

Forse ci si è sentiti anche un po' traditi quando il punto focale di tutto questo non sembrava essere la lettura come mezzo di confronto, tanto più una questione economico-politica; sì, lo sappiamo tutti che non viviamo nel mondo delle favole, ma un po' di amaro in bocca rimane sempre, soprattutto quando si è spettatori di sgambetti organizzativi e litigi tra mocciosi della serie io qui non ci rimango, senza di me siete persi, ci vediamo a Milano. 

Che poi, diciamocelo, non è questione di tifoseria Milano - Torino, Torino - Milano, non servono capi ultras e tantomeno cori da stadio (anche se un chi non salta un bauscia milanese è mi pare di averlo sentito da qualche parte) per sperare che degli eventi culturali di questo calibro riescano a coesistere senza intralciarsi.
Coesistere, che bellissimo vocabolo.

Insomma, questa edizione sembrava un terno al lotto e qui si aspettava il diciotto maggio come fosse Natale.
Arriva Tempo di libri e sembra tutto molto bello; c'è chi fa la ola, chi un applauso, chi una piroetta (chi sta a casa a studiare e si addormenta sui libri).
Esce il programma del Salone ed è subito scetticismo; ma che si fa? Si va? Lagioia ci piace, non ci piace?  
Arriva il diciotto, c'è chi aspetta il diciannove come la sottoscritta, e niente... poi si entra.

Qual è  il bel finale di tutto questo fantastico teatrino lo sappiamo un po' tutti, complici anche i numerosissimi bilanci ed articoli di giornale che stanno girando in questi giorni.
Ciò che realmente conta, alla fin della fiera, non è di certo la rivalità tra due città che si punzecchieranno sempre, tantomeno stipulare un vincitore.
Meglio il Salone? Meglio Tempo di Libri?
Meglio i libri, quelli che uniscono.
 
Quest'anno le mie borse si sono riempite non solo di storie da leggere, ma anche della passione di chi ha creduto in quelle pagine, di chi le ha scritte, perchè la cultura è condivisione e leggere non è un'attività solitaria, non significa estraniarsi, anzi, leggere è interazione.

Leggere non ci rende persone migliori, ma più semplicemente ci arricchisce. E' forse per il senso di pienezza che ne deriva che passeggiando circondati da libri e da persone che amano i libri un sorriso tra lettori raramente manca.
Questo è il mio Salone, ogni anno, indipendentemente dalle coordinate geografiche, e spero non cambi mai.

Quest'anno è stata una toccata e fuga, ma il mio pass stampa verrà conservato come una reliquia insieme ai tesori scovati tra gli stand; partendo dalla Black and Coffee con il suo aperitivo delle 18 - che per timidezza non ho osato toccare - continuando con Edizioni Clichy, il suo calorosissimo staff e l'edizione integrale in formato giornale di Una stanza tutta per sè; autori che vogliono parlarti dei loro libri e ti placcano in mezzo alla folla; sacchetti che pesano come macigni, ma che sono alleggeriti dai numerosissimi sconti delle case editrici che vogliono promuoversi ed avvicinarsi al lettore. Ed infine: bibliotecari e librai, torinesi e non, in una vera e propria foresta di carta ed inchiostro pronti a elargire consigli e raccontarsi.

Certe cose non cambiano, ragà, e se proprio devono farlo, mal che vada diventano più belle.

Claudia


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